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IL LUOGO SICURO

Quando abbiamo la sensazione di essere sopraffatti dalla realtà, la possibilità di « evadere » momentaneamente può essere un’alternativa. Usiamo la nostra mente, che può aiutarci, in questo momento in cui ci muoviamo poco. Per farlo, vi proponiamo l’esercizio del “luogo sicuro”. Buon ascolto!

… Qui ed Ora…

Essere presenti a sé stessi non è sempre facile, soprattutto in questo periodo. Connettersi al « qui ed ora » è quello che possiamo fare, quando sentiamo che stiamo correndo troppo velocemente con la nostra mente e magari siamo diretti verso pensieri negativi. Ritornare al momento presente ci permette di abbassare l’ansia, quando le anticipazioni negative sono troppo invasive. Vi lasciamo questo secondo esercizio guidato, dopo il primo sulla respirazione, buon ascolto!

A cura di Sara Leotta

Come parlare ai bambini del Covid-19

In questo periodo di crisi mondiale é abbastanza comune sentirsi sopraffatti da tutte le informazioni e le notizie sul Coronavirus (COVID-2019). Abbiamo avuto modo di affrontare la questione dell’ansia e delle emozioni negative che spesso sono scatenate o peggiorate dalla situazione attuale. Queste sensazioni di paura e ansia sono percepite e vissute anche dai bambini, per loro non è sempre facile elaborare le informazioni che vedono su Internet o in televisione – o che sentono dagli adulti – e questo li rende particolarmente vulnerabili all’ansia, allo stress e alla tristezza.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

L’Unicef, tra le sue linee guida per parlare ai bambini del COVID-19 (le trovate QUI) ricorda una regola generale, che vale in tutti i momenti e le situazioni di difficoltà (malattie, lutti, separazioni): conoscere la verità é un diritto dei bambini, i genitori devono poter essere onesti e trasparenti e parlare apertamente ai bambini della realtà, tuttavia, é un dovere dei genitori adattare il linguaggio usato alla loro età e tutelarli da ansie e paure eccessive. Vi proponiamo a questo link alcune indicazioni utili e semplificate per i vostri bambini, in francese o in italiano. Spiegate ai bambini come proteggersi dal virus, come proteggere la famiglia e gli amici e, se non conoscete le risposte alle loro domande, non inventate! Cercate con loro le informazioni, e costruite insieme la risposta ai loro dubbi (questo processo servirà anche a spiegare ai più piccoli che é necessario rivolgersi agli specialisti per avere delle risposte affidabili). Rassicurate i vostri bambini, parlando con loro ma sopratutto mostrando loro il vostro esempio, prendetevi cura voi, non lasciatevi prendere dall’ansia o sopraffare dalla negatività, mantenete alti i contatti e curate i legami nella vostra famiglia.

Gli psicologi del gruppo Terre des Hommes hanno elaborato un piccolo vademecum per « Vivere con i bambini al tempo del coronavirus ». Inoltre, sul sito dell’Hopital Robert Debré potrete trovare molte schede pratiche, suddivise per età, con delle informazioni utili per gestire e organizzare le attività dei bambini durante il confinement (la scuola, il ritmo delle attivià, l’uso della tecnologia e l’esposizione agli schermi, la motricità). Per i bambini (e gli adolescenti) é importante riuscire a mantenere una organizzazione chiara delle attività quotidiane, é utile scandire le giornate con un programma e un ritmo per le diverse attività proprio come accade in un contesto normale in cui la giornata dei bambini è scandita dagli orari di scuola e dalle attività in casa. La costruzione del programma diventa, in sé, una delle attività da fare con i bambini, coinvolgendoli nella scelta delle attività, nella costruzione del menù giornaliero, nell’alternanza tra attività ludiche, svago, tempi di studio e di riposo. Tra queste attività é bene segnalare, fin da subito, quelle che prevedono le interazioni tra adulti e bambini e quelle che possono essere realizzate in autonomia (facilitando, al tempo stesso, l’organizzazione dello smart working per i genitori).

Per affrontare il tema del coronavirus con i più piccoli sono molto utili le letture guidate, per esempio le storie illustrate di « Coco il Virus » (disponibili in francese, italiano e arabo) su www.cocovirus.net, per raccontare con precisione e senza panico il tema della paura e farsi aiutare dai supereroi per stimolare la creatività dei bambini in questo tempo così speciale. Per i più piccoli, é disponibile anche un’altra storia illustrata (scaricabile in PDF in molte lingue): Ciao! Mi chiamo Coronavirus.

Nel tempo dell’isolamento, che rischia di dilatarsi e sfuggire al nostro controllo, é importante curare l’alimentazione e il sonno, mantenere un contatto con l’esterno (grazie anche all’uso della tecnologia, che permette di interagire a distanza mediante le videochiamate) ma anche, saper accogliere la noia e la frustrazione dei più piccoli che, al pari di quella degli adulti, é legittima e merita di essere espressa.

Per canalizzare e gestire le emozioni potete utilizzare dei supporti di meditazione adatti ai più piccoli, delle sequenze di yoga per bambini , o delle attività per sviluppare le competenze socio-emotive (molto interessanti quelle proposte dall’associazione ScholaVie).

Concludiamo qui la nostra presentazione di risorse e idee per aiutarvi a parlare ai vostri bambini del coronavirus, lasciandovi il compito di adattare questi suggerimenti generici all’età e alla personalità del vostro bambino e ricordandovi che, in caso di difficoltà, per un confronto, un’ascolto attivo e un sostegno se avvertite la sensazione di non farcela, é sempre utile rivolgersi a dei professionisti che metteranno a vostra disposizione le loro competenze per guidarvi a riscoprire o sviluppare le vostre risorse.

Foto di Gino Crescoli da Pixabay

Articolo a cura di Cinzia Guarnaccia

Respira…

Essere consapevoli delle proprie emozioni, non è semplice. Come in questi giorni, in cui possiamo sentirci tristi, arrabbiati, frustrati ma anche, speranzosi e magari, grati per avere finalmente del tempo per essere maggiormente in contatto con i nostri affetti.

Negli ultimi anni si parla di educazione emotiva: in effetti, le emozioni si danno per scontate, ma non tutti noi siamo capaci di essere in contatto con le nostre emozioni e di riconoscere la “palette” emotiva che possediamo. A volte confondiamo la rabbia e la frustrazione, per esempio, ma è vero che queste due emozioni possono andare insieme. Inoltre, emozioni meno piacevoli, come la rabbia, possono andare di pari passo ad emozioni più gradevoli come il sentirsi sollevati. 

Goleman parla di intelligenza emotiva, indicando con questa la capacità a riconoscere, utilizzare e comprendere le nostre emozioni e quelle altrui. In particolare, la consapevolezza emotiva e la capacità di regolare le nostre emozioni ci permettono di relazionarci in modo sano ed equilibrato con gli altri e di poterci adattare a tutti i contesti. 

In questi giorni, possiamo avere la sensazione di essere invasi dalle emozioni. In effetti, in un contesto allarmante, come quello attuale, possiamo essere esposti ad uno squilibrio fisiologico del nostro corpo: un’esposizione prolungata e ripetuta allo stress, infatti, può causare cambiamenti a livello dei neurotrasmettitori ed a livelli ormonali. Uno strumento che può aiutarci ad abbassare il barometro dello stress e a riportarci verso il “qui ed ora” è la respirazione. Prendere coscienza del proprio respiro, metterlo in primo piano, aiuta il nostro corpo ad abbassare lo stress ed a centrarci su noi stessi. 

Abbiamo deciso di proporvi un esercizio in formato MP3, che vi aiuterà a sviluppare la consapevolezza del vostro respiro. Si tratta di un file audio introduttivo, che vi permetterà di approcciarvi al rilassamento guidato, per ascoltarlo cliccate QUI.

Buon ascolto e non dimenticatevi di RESPIRARE

Articolo a cura di Sara Leotta

Officina des Parents per Psychologues Solidaires

L’ équipe di Officina des Parents aderisce e promuove l’iniziativa Psychologues Solidaires : un servizio che mette in relazione più di 900 psicologi volontari con il personale sanitario e sociale in prima linea nella gestione dell’emergenza sanitaria COVID-19.

Come funziona?

La piattaforma raccoglie le iscrizioni degli psicologi interessati e verifica che ogni professionista sia abilitato all’esercizio della professione attraverso il numero ADELI.

Sul sito psychologues-solidaires.fr é possibile compilare il modulo per la richiesta di consulenza che consente di accedere alla lista degli psicologi solidali e scegliere il professionista da contattare seguendo le modalità indicate (mail, sms, telefono). Le consultazioni si svolgono a distanza e sono rivolte a tutti gli operatori sociali e sanitari che stanno affrontando questa situazione cosi difficile e complicata dal punto di vista umano, emotivo e psicologico.

Gli psicologi che aderiscono all’iniziativa si impegnano a rispettare le disposizioni legislative e regolamentari relative all’esercizio della loro professione. Il servizio sarà attivo e gratuito per tutta la durata della crisi sanitaria.

COME TI SENTI?

La persistenza della memoria (1931), di Salvador Dalí.

Prima parte

“Come ti senti? Ho paura… Forse la tua paura è fatta anche di ansia, panico, shock, impotenza, tristezza, malinconia, frustrazione, depressione, inquietudine, rabbia… Dove la senti la paura? Sul cuore, come un peso, o nella pancia, come qualcosa che non riesci a digerire o ancora sulle spalle, come uno zaino pesante da portare? Ovunque.” Quando una situazione oggettivamente sconvolgente ci travolge, come questa pandemia, tutto il nostro equilibrio emotivo è scombussolato. Ma come era il nostro equilibrio emotivo prima, quando il coronavirus non era presente nelle nostre vite? Parliamo di capacità di regolare le emozioni. 

Potete immaginarla come il tasto, che avete sul telecomando o sul vostro cellulare, per regolare il volume. Quando il volume è troppo alto e il suono diventa insopportabile, basterebbe abbassare il suono: purtroppo non tutti abbiamo lo stesso orecchio e non tutti abbiamo questo tasto funzionante. Per alcuni, questo tasto è momentaneamente guasto. L’attualità ci chiede di alzare il volume della paura: accade però che la paura e le altre emozioni, definite come “negative” da alcuni, non siano le nostre preferite. Bel dilemma.

Respiriamo profondamente, ricontattiamo il nostro corpo e prendiamo cura di noi. So che non è facile per tutti, ma non dimentichiamo che abbiamo tutti la possibilità di scegliere. Per esempio, possiamo scegliere di non lasciarci bombardare dalle informazioni televisive o giornalistiche e di concentrarci su altro. Anche qui, il limite possiamo testarlo o no, alzando o meno il volume, perché ci sono giorni in cui è più semplice ed altri in cui è più difficoltoso.  Restate in ascolto di voi stessi. Possiamo scegliere di dedicarci ai nostri affetti, anche a distanza, per telefono o tramite videochiamata. Possiamo scegliere di leggere, vedere quel film che ci piace, formarci via web tramite videoconferenze o corsi on-line. Se ci sentiamo in equilibrio, possiamo prendere del tempo per noi, per riflettere sulle cose che vorremmo cambiare o migliorare. Diamo spazio alla nostra creatività, alla nostra resilienza, alla generosità, prendiamoci cura dell’altro e di noi stessi. Tante iniziative, che si stanno diffondendo in tutto il mondo, ci permettono di restare in contatto con la nostra capacità di resistere e di sopravvivere. Non tutti purtroppo hanno un ampio spettro di scelte… non isolatevi, continuate ad affidarvi ai vostri terapeuti, alle vostre risorse.

Non siete soli. La scelta consiste anche nel dirsi: cosa metto sullo sfondo e cosa scelgo di mettere in primo piano nella mia vita. Certo non è semplice poter staccare sfondo e figura, ma possiamo scegliere di concentrarci sul primo piano, su noi stessi, i nostri affetti e di mettere l’attualità leggermente sullo sfondo, senza per questo essere fuori dalla realtà. Il tema della regolazione affettiva, a cui abbiamo accennato, apre la strada al tema della capacità di essere in contatto con le nostre emozioni. Vi aspettiamo nel prossimo episodio per approfondire il tema delle Emozioni.  

Abbiate cura delle vostre emozioni, dei vostri bisogni e degli altri.

Articolo a cura di Sara Leotta

IL GRUPPO COME STRUMENTO TERAPEUTICO

Scegliere di andare dallo psicologo per iniziare un percorso individuale non è una scelta semplice. Spesso, però, si pensa ad una psicoterapia individuale e solo in un secondo momento, sotto consiglio di un terapeuta, si passa all’opzione della terapia di gruppo. Di cosa si tratta?

Il gruppo come setting o cadre terapeutico è uno strumento molto potente. Nella vita psichica di ognuno di noi, l’altro è regolarmente presente, nel processo di trasmissione e di apprendimento, nella ricerca di sostegno, confronto, contenimento e nel conflitto.

Lo psicoanalista britannico Wilfred Bion è noto per il suo contributo allo studio del gruppo come strumento clinico. Teorizzò ed esplorò i principi che stanno alla base dei gruppi terapeutici: “il gruppo…è qualcosa di diverso da un semplice aggregato di individui”. Bion parla di “mentalità di gruppo” o di “mente gruppale”: si tratta di un serbatoio comune costruito dagli individui che lo compongono, a cui attingere in termini inconsci. Inoltre, sottolinea come uno scopo comune possa spingere i membri a “lavorare” insieme per raggiungere un obiettivo comune. Le sue riflessioni cliniche sul ruolo del leader, sugli “assunti di base” del gruppo sono solo alcuni degli aspetti che sottolineò e che ci ricordano come il linguaggio psichico ed i suoi contenuti si sviluppano attraverso il nostro vivere in gruppo, in società.

Dopo Bion, altri psicoanalisti come Kaës e Foulkes, continuarono a lavorare, studiando ed usando il gruppo come strumento terapeutico.

Nella fase adolescenziale, il gruppo è un vero punto di riferimento: attraverso lo stare insieme, si impara, si cresce, si condividono punti di vista, ci si scontra, ci si uniforma e ci si differenzia dall’altro. Per la stessa ragione, la scelta del gruppo come contesto terapeutico può essere possibile, soprattutto se “il tema del gruppo” accomuna ragazzi che presentano una stessa problematica.

I gruppi di parola nascono in Canada e permettono di creare uno spazio in cui contenere e scambiare emozioni e vissuti, pensare diversamente il confronto, il conflitto e lo stare insieme. Riducono i fattori di rischio e possono potenziare risorse individuali e fattori di resilienza. In una sola frase, attraverso il gruppo, ogni partecipante si dice che “qui, nel gruppo e in effetti anche fuori, di questo tema si può parlare”: mettere in parola è possibile insieme agli altri.

In effetti, i gruppi di parola si costruiscono attorno ad una tematica, come per esempio: il bullismo, la separazione, il lutto, i disturbi del comportamento, l’ansia.

Il gruppo di parola è uno strumento utile anche per gli adulti: anche in questo caso, condividere in gruppo la propria esperienza, su tematiche diverse può facilitare la possibilità di riscoprire le proprie potenzialità e rafforza il sentimento di essere contenuti da un contesto clinico protetto dal o dai terapeuti.

Articolo a cura di Sara Leotta

Bibliografia

G. Lo Verso, T. Raia, Il Gruppo Psicodinamico come strumento di lavoro, FrancoAngeli, Milano, 2008.

Kaës, Laurent, Le processus thérapeutique dans les groupes, Eres, Toulouse, 2009.

“Mammà, papà, non voglio andare a scuola!”

Questa frase può racchiudere molteplici interpretazioni, ma stranamente, un bambino o un adolescente, vittima di bullismo o di fobia scolare, potrebbe non riuscire ad esprimere a parole il proprio disagio. Vostro figlio, piuttosto che dirvi apertamente che qualcosa non va, potrebbe utilizzare altri canali, come il corpo, mostrando malessere fisico, mal di testa o mal di pancia, disturbi del sonno, isolamento, attacchi di panico. Anche alcuni episodi, all’apparenza più o meno comprensibili, come un cellulare che sparisce… “l’ho perso” o la richiesta più o meno costante di piccole somme di denaro, uniti ad altri cambiamenti, potrebbero rappresentare un campanello d’allarme, attraverso il quale vostro figlio vi sta dicendo in realtà altro.

Attenzione, tutto va osservato e contestualizzato e non tutti questi esempi sono sintomi esclusivi di un bambino o adolescente, vittima di bullismo o fobia scolare.

Cominciamo, distinguendo il bullismo dalla fobia scolare o rifiuto scolastico:

Il termine italiano “bullismo” è la traduzione   letterale di “bullying”, parola inglese comunemente usata nella letteratura   internazionale per caratterizzare il fenomeno delle prepotenze tra pari in   contesto di gruppo. “Il bullismo si configura come un fenomeno dinamico,   multidimensionale e relazionale che riguarda non solo l’interazione del   prevaricatore con la vittima, che assume atteggiamenti di rassegnazione, ma   tutti gli appartenenti allo stesso gruppo con ruoli diversi”   (tuttoscuola.com).  

SINTOMI: Stress emotivo e senso di impotenza nell’affrontare la situazione e tentare di mettervi fine; maggior rischio di sviluppare disturbi mentali, come ansia o depressione; manifestazione di tendenze autolesioniste, o persino suicide; calo del rendimento scolastico e difficoltà a socializzare. 

La fobia scolare è una condizione emotiva caratterizzata   dalla presenza di una forte resistenza e spesso da un’aperta opposizione ad   andare a scuola e/o   rimanervi per l’intera giornata (Kearney & Silverman, 1996). Anche se   in letteratura si è spesso usata l’etichetta di fobia scolare,   attualmente si preferisce usare la definizione di “rifiuto scolastico”   per identificare questo disturbo (Kearney & Silverman, 1996), che   consiste in una marcata paura nei confronti dell’ambiente scolastico a causa   di un senso di vulnerabilità e di pericolo lontano da casa”.  Il rifiuto scolastico   è riconosciuto come disturbo invalidante dal 2005 (Maillard, 2012).

SINTOMI: I sintomi tipici di questa fobia in genere compaiono improvvisamente all’inizio dell’anno scolastico ed   una volta scomparsi, possono ricomparire, ad esempio, a seguito di una lunga   assenza per malattia o dopo un periodo di vacanza. Se invece il sintomo   compare in modo brusco, quando ormai la fase dell’inserimento è stata   superata senza grosse difficoltà, allora si può pensare che la causa sia   riconducibile ad un episodio specifico, come ad esempio un evento stressante   vissuto a scuola o a casa, un litigio con un   compagno, problemi con un insegnante, malesseri fisici vissuti a scuola o   ancora insuccessi nei compiti didattici.    In questi bambini o adolescenti, nel passaggio dalla scuola primaria a   quella secondaria, o da questa alle scuole superiori, si riscontrano   insicurezza, bassa autostima, incertezza sulle proprie capacità o   sull’affrontare le nuove e più impegnative richieste di studio. Nella   società moderna, la fobia scolare è in aumento proprio a causa delle numerose   pressioni sociali e familiari che bambini e ragazzi ricevono. 

ESORDIO: Nonostante possano essere presente a qualsiasi età,  esordiscono con maggiore frequenza in bambini di 5-6 anni, di 10-11 anni o in   adolescenti tra i 12 e i 17 anni.     

Il tema della fobia scolare e del bullismo è molto complesso, in quanto vanno analizzate diverse variabili: il temperamento del bambino, il suo contesto familiare, sociale, l’ambiente scolastico e il suo funzionamento, insomma dovremmo ampliare la nostra analisi per avere tutti gli elementi necessari. Ogni essere umano è unico, con le sue resilienze e le sue debolezze e questa è la prima variabile da non dimenticare.

Vorrei attirare la vostra attenzione su una riflessione, che invece, può attraversare queste variabili ed essere comune a diverse storie di bambini ed adolescenti. Come scritto all’inizio di questo articolo, le vittime di bullismo potrebbero non riuscire a chiedere aiuto verbalmente e “chiaramente”, per cui, ciò che potrebbe aiutarli, anche in un’ottica preventiva, è il sostegno, che potremmo definire anticipato, dei genitori.

Approfondiamo questo concetto. Non mettiamoci la pressione, allontaniamo la paura di non essere dei buoni genitori e le frasi “in ogni caso, è sempre colpa dei genitori”.

Vi invito a pensare “avec bienveillance” se nelle vostre famiglie c’è uno spazio e un tempo per affrontare questo tema con i vostri figli. Infatti, è importante prendere del tempo per dire ai vostri figli, che questo fenomeno esiste e che può essere difficile da gestire da soli: parlarne serve a creare una rete di sostegno al bambino/ragazzo, alle famiglie e al sistema scolastico. Questa rete sarà inizialmente invisibile, ma il bambino sa che in famiglia c’è uno spazio che è aperto, pensato dai genitori per lui/lei, come una stanza in cui potersi rifugiare. Se vostro figlio dovesse averne bisogno, sa che può farci affidamento, con i suoi tempi e le sue modalità.

Essere vittima di un bullo o di una fobia, significa attraversare il tema dell’autostima, avere pensieri negativi su sé stessi e gli altri e provare emozioni forti come la vergogna, la paura e la tristezza. Emozioni fortemente arcaiche, che possono rendere impotenti e destabilizzare chi sta attraversando una fase della vita “in bilico”, come un adolescente.

Laboratori di prevenzione nelle scuole, gruppi di parola, libri che sotto forma di storie trattano questo tema sono gli strumenti che possono essere utili ai genitori per aprire questa porta con i propri figli. Parlare e dare spazio a questi temi sembra essere la prima risposta possibile per affrontare questo problema. Può sembrare facile o banale, ma è necessario che il genitore contenga e faciliti la parola per far capire al proprio figlio che non è solo.

Per concludere ecco alcuni libri da consultare se volete approfondire questi temi:

Bullismo e adolescenza” di Marini e Mameli (ed. Carocci Editore). Un libro più teorico, che tratta a 360 gradi il fenomeno del bullismo in adolescenza e approfondisce il ruolo dell’adulto.

Stop al cyberbullismo. Per un uso corretto e responsabile dei nuovi strumenti di comunicazione”, di Iannaccone (ed. la Meridiana).  Il libro approfondisce il tema del bullismo informatico e mette l’accento sulle diverse figure del bullismo.

Io non ho paura. Capire ed affrontare il bullismo” di R. Trinchero (ed Franco Angeli). Il testo guida il lettore all’analisi di alcuni casi emblematici, raccontati da insegnanti che hanno affrontato il problema, con lo scopo di aiutare a comprendere quale prevenzione pensare.

Piccoli bulli crescono. Come impedire che la violenza rovini la vita ai nostri figli” di Oliveiro Ferraris (ed. Bur Psicologia e società, Rizzoli). Aggressori o aggrediti, i bambini sono tutti vittime. Il libro aiuta gli adulti a decifrare questo fenomeno e a leggere al di là del comportamento aggressivo.

Articolo a cura di Sara Leotta

Bibliografia

Marini, F., Mameli, C. (2004) “Bullismo ed adolescenza”, Carocci editore.

www.bullismo.it

www.orizzontescuola.it

www.e-abc.eu/it/bullismo

La crisi nella coppia

a cura di Giorgia Gulinuccci

Due persone che si incontrano uniscono due teste, due cuori, due storie familiari. Si tratta di due mondi che hanno bisogno di incastrarsi per poter ruotare in sintonia. Nella vita di coppia piccoli momenti di difficoltà, circoscritti nel tempo, sono da considerarsi fisiologici. Condividere davvero le scelte, le decisioni importanti, la fatica della quotidianità non é semplice.

E’ necessario un lavoro di conciliazione e mediazione delle differenze delle idee, pregiudizi, atteggiamenti e modi di fare, e ,in alcune fasi della vita, trovare un equilibrio può risultare così difficile da apparire impossibile.

La crisi di coppia non è mai determinata da un solo evento, in genere si tratta di una combinazione di fattori e ha come tratto distintivo il protrarsi nel tempo. Ci può essere un evento scatenante (la nascita di un figlio, un lutto, gravi problematiche lavorative o economiche, un tradimento…), ma generalmente la coppia si ritiene in crisi quando il disvelarsi di un elemento getta una luce di criticità sulla vita della coppia in generale.

 Si parla di crisi di coppia quando i partner vivono un malessere che dura nel tempo e, nonostante il desiderio di cambiamento, i tentativi di risolvere i problemi non hanno dato esito positivo o, addirittura, si sono trasformati in dinamiche ripetitive, che alimentano il problema anziché risolverlo. La consapevolezza della disfunzionalità della relazione è accompagnata da uno stato di disagio, di pesantezza del clima relazionale e dalla sensazione di impotenza.

Siamo abituati ad attribuire alla parola crisi un’accezione negativa, benché il termine (in latino Crisis e in greco Krìsis) rimandi etimologicamente al concetto di scelta, al momento che separa una maniera di essere diversa da quella precedente. Anche nella nostra lingua l’etimologia della parola crisi suggerisce un significato positivo: essa infatti contiene un aspetto vitale che è quello della separazione, ed un aspetto di crescita, ossia quello della scelta. La crisi non è dunque un evento totalmente negativo, bensì un momento di transizione che può essere anche un’opportunità di crescita: indica un’evoluzione, un cambiamento che poi siamo noi spesso a connotare negativamente. 

La terapia è volta ad aiutare i due partner della coppia a definire il loro disagio, ripercorrendo la storia della vita passata insieme, nell’ottica che una migliore comunicazione permette di affrontare e leggere con maggior chiarezza le difficoltà presenti. 

L’obiettivo non è riuscire ad evitare i conflitti, ma imparare ad affrontarli, trovando le risorse già presenti in entrambi i partner, ma non ancora utilizzate, che garantiscono di superare le criticità improvvise della vita. La psicoterapia di coppia è particolarmente indicata per difficoltà di comunicazione all’interno della coppia, per difficoltà nell’area della sessualità, per difficoltà in fase di separazione e divorzio o di sostegno alla genitorialità.

Famiglie oltre il confine

Famiglie oltre confine è uno studio che nasce su sollecitazione del Dipartimento Internazionale delle Acli, con la richiesta di sviluppare un percorso di analisi centrato sui nuovi bisogni sociali delle famiglie che si sono spostate a vivere in un paese diverso dall’Italia. L’obiettivo primario consiste dunque nel delineare alcuni profili familiari ricorrenti, rispetto ai quali raccogliere la domanda di assistenza e servizi, così da offrire all’Associazione e al Patronato delle indicazioni utili per rinnovare l’offerta e le modalità di supporto delle comunità italiane all’estero.

Si è scelto di concentrare l’attenzione su un segmento poco sondato da altri studi, ma sicuramente portatore di una domanda sociale più articolata. Una famiglia che si trasferisce all’estero, soprattutto se con figli, si trova a dover affrontare una transizione molto complessa: ai problemi di adattamento personale si sommano le esigenze di educazione dei figli, di ricerca del lavoro per uno dei partner, di socializzazione con altre famiglie.

La priorità dello studio è la descrizione del profilo sociale e delle esigenze delle famiglie expat.

Nel link sottostante troverete il questionario tramite il quale partecipare alla ricerca.↩️

https://it.surveymonkey.com/r/FAM_EXPT?fbclid=IwAR0Mvv2iEHYJhUa3rNhfwFDMsyvFQ2KHmnegeIqCzMRxdYDPTWwNjUzL1-w

Rientrano nel target le famiglie con o senza figli, le coppie miste con o senza figli e le famiglie mono-parentali. 
In caso di coppia mista sarà il partner italiano a rispondere.

GRAZIE per la vostra collaborazione!🤗